Con oltre 196 miliardi di euro di fatturato, più di 708 mila imprese attive e circa 1,3 milioni di addetti, l’agroalimentare si conferma uno dei pilastri dell’economia italiana e un presidio strategico del Made in Italy. La competitività del comparto si fonda in larga parte sulla trasformazione industriale e sulla proiezione internazionale, con un export che nel 2025 ha superato i 73 miliardi di euro. Tuttavia si evidenzia una crescente polarizzazione: pochi comparti ad alto valore aggiunto e forte vocazione all’export sostengono la performance complessiva, mentre la filiera primaria e i settori più esposti al costo degli input restano vulnerabili a shock esogeni. In questo contesto, le prospettive al 2027 risultano strettamente legate all’evoluzione delle tensioni geopolitiche, in particolare in Medio Oriente.
Nel 2024 il sistema agroalimentare italiano ha generato 196,4 miliardi di euro di ricavi, confermando una delle principali piattaforme industriali del Paese per dimensioni e capacità di presidio dei mercati internazionali. La struttura della filiera si presenta però fortemente asimmetrica: le attività a monte – agricoltura, allevamento e prima trasformazione – rappresentano oltre il 50% delle imprese, ma producono meno del 6% del fatturato; al contrario, l’industria alimentare e delle bevande, pur con una base imprenditoriale più ridotta, concentra la quasi totalità del valore economico. Questo squilibrio evidenzia una criticità strutturale: la competitività del sistema dipende da un segmento industriale efficiente, che poggia su una filiera primaria ampia ma economicamente fragile.
La creazione di valore risulta inoltre altamente concentrata. Cinque comparti – latte e derivati, lavorazione di frutta e ortaggi, macellazione delle carni rosse, vino e oli e grassi – generano complessivamente oltre il 40% del fatturato. Accanto a questi, si distinguono segmenti a elevato contenuto industriale, come pasta, prodotti da forno, caffè, cioccolato, snack, gelati e surgelati, che, pur avendo dimensioni inferiori, mostrano livelli più elevati di produttività, una crescita più stabile e una maggiore resilienza ai cicli economici.
L’export rappresenta il principale motore competitivo del settore. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto i 73,3 miliardi di euro, pari al 32,6% del fatturato, in crescita significativa rispetto al 24,8% del 2016. I comparti più orientati all’estero – tra cui riso, oli e grassi, vino, pasta e prodotti da forno – mostrano anche le migliori performance in termini di crescita e capacità di difesa dei margini. I principali mercati di destinazione sono Germania, Francia e Stati Uniti, che assorbono circa il 37% dell’export, seguiti da Regno Unito e Spagna.
A fronte di questa apertura internazionale, emerge però una significativa dipendenza dalle importazioni. Nel 2025, la penetrazione dell’import sul mercato interno raggiunge il 28,8%, con livelli particolarmente elevati in alcuni comparti: pesca e acquacoltura (~90%), oli e grassi (73%), cereali (56%) e carni rosse (oltre 56%). Queste filiere risultano quindi più esposte a volatilità dei prezzi, tensioni geopolitiche e criticità lungo le catene di approvvigionamento.
Le prospettive al 2027 sono fortemente condizionate dallo scenario geopolitico. In uno scenario base, caratterizzato da una stabilizzazione delle tensioni entro la metà del 2026, il fatturato del settore rimarrebbe sostanzialmente stabile, con una crescita media annua intorno al +0,16%. In questo contesto, i comparti più resilienti sarebbero quelli orientati all’export e con un posizionamento premium, come gelati e surgelati, alimenti per l’infanzia, pasta, prodotti da forno e caffè. In uno scenario più avverso, con il protrarsi delle tensioni e l’introduzione di misure protezionistiche, si registrerebbe invece una contrazione cumulata di circa -1,1%, con impatti più marcati nei settori ad alta intensità di input e maggiore esposizione ai mercati internazionali, come carni rosse, mangimi, cereali e bevande alcoliche.
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