Nel digital marketing misurare le performance non è mai stato così complesso. Le aziende investono su molti canali, i percorsi di conversione sono frammentati e i sistemi di tracciamento diventano sempre meno precisi. In questo contesto, limitarsi a osservare quante conversioni vengono attribuite a una campagna non è più sufficiente. La vera domanda che brand e marketer devono porsi è un’altra: quante di quelle conversioni sono state realmente generate dalla pubblicità?
È da questa esigenza che nasce l’attenzione crescente verso l’incrementalità, un approccio che mira a stimare il valore aggiuntivo reale prodotto dall’advertising, separando quello che la pubblicità crea da quello che sarebbe comunque accaduto.
Per anni, il digital advertising si è basato su modelli di attribuzione che assegnano il merito di una conversione a uno o più touchpoint lungo il customer journey. Questi modelli sono utili per leggere il percorso dell’utente, ma hanno un limite strutturale: descrivono una sequenza di eventi, non dimostrano una relazione di causa-effetto.
L’incrementalità, invece, prova a rispondere a una domanda ipotetica: cosa sarebbe successo in assenza della campagna? Questo cambio di prospettiva è particolarmente rilevante oggi, perché molte attività pubblicitarie – soprattutto su audience già esposte al brand – tendono a intercettare conversioni che sarebbero avvenute comunque. In questi casi, una campagna può apparire performante in termini di ROAS o CPA, ma generare un impatto incrementale limitato sul business.
La crescente consapevolezza di questi limiti ha spinto le principali piattaforme di digital advertising a sviluppare soluzioni dedicate alla misurazione incrementale.
Nel caso di Google Ads, l’approccio storico è quello dei test di incremento basati su esperimenti controllati, come conversion lift e GEO experiment. Questi strumenti confrontano aree geografiche o gruppi di utenti esposti e non esposti alla pubblicità per stimare l’impatto reale delle campagne search, display o video. È un approccio solido dal punto di vista metodologico, ma che richiede volumi significativi e una pianificazione avanzata, motivo per cui viene utilizzato soprattutto da inserzionisti strutturati.
Nel mondo dei social media, il tema dell’incrementalità è diventato centrale anche per rispondere alle crescenti difficoltà di misurazione legate alla privacy. Piattaforme come Meta e TikTok hanno introdotto test di conversion lift e modelli di attribuzione incrementale che stimano quante conversioni sono effettivamente generate dall’esposizione agli annunci. In alcuni casi, queste metriche vengono integrate direttamente nei report standard, rendendo l’incrementalità una variabile operativa, non solo analitica.
Queste soluzioni hanno un grande vantaggio: rendono il concetto di valore incrementale più accessibile. Il limite, però, è che restano legate all’ecosistema della singola piattaforma e raccontano solo una parte della storia.
Per superare la frammentazione dei dati di canale, molte aziende stanno affiancando alle soluzioni native strumenti indipendenti di misurazione incrementale. In questo contesto rientrano modelli di media mix modeling, piattaforme di incrementality testing e ambienti di analisi avanzata basati su dati aggregati.
Questi approcci permettono di osservare l’impatto dell’advertising a livello di business, mettendo in relazione investimenti media e risultati complessivi, come vendite o revenue, nel medio-lungo periodo. Non sono strumenti pensati per l’ottimizzazione quotidiana delle campagne, ma per decisioni strategiche: allocazione del budget, mix di canali, ruolo delle attività upper funnel.
Sempre più spesso, inoltre, questi modelli vengono utilizzati anche come risposta strutturale alla perdita di dati deterministici. L’incrementalità, lavorando su confronti statistici e scenari aggregati, si adatta meglio a un ecosistema in cui il tracciamento individuale non è più garantito.
Adottare una logica incrementale non significa sostituire tutte le metriche esistenti, ma cambiare il modo in cui vengono interpretate. KPI come CPA, ROAS o conversioni restano utili, ma smettono di essere l’unico metro di giudizio.
Il valore dell’incrementalità sta nel riportare la misurazione a una domanda di business: la pubblicità sta generando crescita reale o sta semplicemente catturando domanda già esistente? Per le aziende, questo significa decisioni di investimento più consapevoli; per i marketer, una maggiore credibilità nel dialogo con stakeholder e management.
L’incrementalità rappresenta uno dei cambiamenti più rilevanti nella misurazione del digital marketing degli ultimi anni. Non è una nuova metrica da aggiungere a una dashboard, ma un diverso modo di leggere le performance e di valutare il ruolo dell’advertising nella crescita di un’azienda.
In un contesto fatto di dati imperfetti, customer journey non lineari e budget sempre più sotto pressione, capire cosa funziona davvero – e perché – diventa un vantaggio competitivo. Ed è proprio in questa direzione che si sta muovendo il futuro della misurazione digitale.
Se vuoi capire se le tue campagne stanno davvero generando crescita o stanno semplicemente intercettando domanda già esistente, Pro Web Digital Consulting può supportarti con un approccio all’Online Advertising orientato all’incrementalità.
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