Il settore italiano dei tessuti e accessori tessili conferma il proprio ruolo di pilastro della manifattura nazionale, pur attraversando una fase di rallentamento ciclico legata all’evoluzione del contesto macroeconomico e geopolitico. Con circa 4.600 imprese, oltre 42.000 addetti e un fatturato complessivo di 9,35 miliardi di euro, il comparto mantiene una struttura industriale solida e altamente specializzata, trainata in larga parte dalle attività di filatura e tessitura, che concentrano la quasi totalità di occupazione e ricavi.
La tessitura si conferma il principale motore produttivo, con 5,7 miliardi di euro di fatturato, seguita dalla filatura con oltre 3,1 miliardi. Accanto a questi segmenti core, le lavorazioni accessorie – come ricami e pizzi – svolgono un ruolo strategico nel rafforzare il posizionamento qualitativo della filiera, contribuendo alla riconoscibilità del Made in Italy nei segmenti a più alto valore aggiunto. L’export rappresenta il driver centrale del settore, confermandone la forte vocazione internazionale. Nel 2025 le vendite estere hanno raggiunto i 5,2 miliardi di euro, pur mostrando una lieve flessione rispetto all’anno precedente. I principali mercati di destinazione restano europei – Francia, Germania, Romania e Spagna – con la Cina che mantiene un ruolo rilevante nei flussi globali.
Un elemento distintivo dell’industria tessile italiana è il posizionamento sulla qualità: il costo unitario medio dell’export, pari a circa 19,9 euro, risulta più che doppio rispetto a quello delle importazioni. Questo dato evidenzia una strategia competitiva orientata alla fascia medio-alta e meno dipendente dai volumi. Nel breve periodo, tuttavia, emergono segnali di rallentamento. Nel primo trimestre del 2026 l’export registra una contrazione sia in valore (-3,6%) sia, in misura più marcata, in volume (-7,7%), indicando una tenuta dei prezzi accompagnata da una riduzione della domanda.
Sul fronte interno, il mercato resta esposto a una significativa pressione competitiva internazionale. Le importazioni si attestano a 3,64 miliardi di euro, con un’incidenza pari a circa il 50% del consumo nazionale. La provenienza dei flussi è fortemente concentrata in Paesi a costo di produzione più contenuto, con la Cina in posizione dominante, seguita da Turchia, Germania e India.
Nonostante questo contesto competitivo, il saldo commerciale dell’Italia rimane positivo (1,6 miliardi di euro), con un rapporto export/import superiore a 1,4, a conferma di una competitività ancora solida sui mercati internazionali.
Dal punto di vista congiunturale, il settore mostra un’inversione di ciclo dopo il rimbalzo registrato nel biennio post-pandemico. Il triennio successivo evidenzia una progressiva decelerazione, con prospettive ancora incerte per il biennio 2026-2027. Nello scenario base si prevede una contrazione nel 2026, seguita da un miglioramento parziale nel 2027; in uno scenario più critico, legato al protrarsi delle tensioni geopolitiche, le flessioni risultano più accentuate e prolungate.
Nel complesso, il comparto conferma tre elementi chiave: una solida base industriale, una forte esposizione ai mercati internazionali e un posizionamento competitivo fondato sulla qualità. In un contesto globale più incerto, la capacità di puntare su innovazione, valore e selettività dei mercati si configura come il principale fattore per sostenere la competitività nel medio periodo.
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